venerdì, 18 settembre 2009


Dicono che una cartina cancerogena, bianca e rigata, assemblata con un cilindretto di cotone e del tabacco avvelenato impeghi dai cinque ai sei minuti per arrivare nelle immediate vicinanze del filtro; ne sono passati quattro e le cicatrici sparse sulle sue dita giallastro scuro, iniziano a trasmettere il messaggio: la sigaretta cade; concedendo l'espolsione di un privatissimo e minuscolo gioco pirotecnico.

Amore!... ciao!...mi sei mancata.............oh che tesoro che sei....... volevo dirti una cosa, però promettimi che non ti arrabbierai.... ecco.... ho anche sporcato un pò le lenzuola e rotto quelle splendide rose gialle che ti ho regalato l'altro giorno; ma... indovina?... ho portato la luna nella nostra stanza.... cosi si vede dalla nostra circofinestra, non è grande!.... eppoi l'ho guardata da fuori e..... appena arrivi vedrai.... scusa per le rose....te ne porterò altre e.... ah! ho dimenticato di dar da mangiare a tenka....eh scusami ma sono scappato  dopo aver montato la luna e..... eh??... si.....comunque penso di piacerà ho sistemato il letto di fronte...ahmm.....quando arriverai vedrai bambina mia....dove vado? ..... ..... ...... ....... in spagna..... ..... ...... .......                                                             - fu come un esclamazione normale, che in quanto a tono sorprese anche lui, senonaltro perchè: lasciava pensare, ad una mansione normale, di routine; anche se in effetti non lo era per niente-    Torno fra tre giorni e ti chiamo domattina, non preoccuparti per me.....va bene!....ok! farò il bravo... ciao bambina mia....

Le pareti della mansarda  non offrivano una considerevole superficie, al bisogno di incollarci sopra vecchi poster degli anni trenta, perciò, se ne rimanevano per lo più scarne e in solitudine, inondate periodicamente dai colori invisibili dell'alba, e dagli arancei e plumbei raggi rifratti dai grandi vetri. In prima mattina il cielo azzurro nevicava a fiocchi rosa nell'appartamento, accumulandosi sul doppio vetro delle finestre nel tetto, potevi quasi toccarli; aspettavano solo di accumulare peso per eludere la trasparenza e costringerci sempre intorno alle dieci a tirare le tendine. Le avvenenti signorine pudiche ritratte sui nostri poster, almeno quelle poche che ci andò di mettere non soffrivano mai nè i raggi del mezzogiorno nè il caldo, godevano tutto il giorno della corrente fresca, che carezzava tutti i fogli, le mensole e i paralumi, e mentre godevano potevi scorgerle a prepararsi nelle migliori pose per l'ora del tramonto: le migliori pose, i migliori vestiti, le migliori acconciature; tutto, solo per essere le migliori arti nuove esistenti su quelle cinque basse pareti di legno, di cui alcune ferite in guerra da sadici installatori di infissi. L'assito prendeva a colorarsi in vari modi, veniva interrotto quà e là da colonne in mattoncini, variegato da mensole e divani, deturpato da armadi e addolcito da una larga libreria corredata di un tavolino giapponese, ma tutto a fine giornata assumeva un'armonia quasi corporea, le nuvole sfumate da infinite esplosioni, esponevano di tanto in tanto i vari livelli di danno, per ognuno un diverso grado della scala del viola e diventando incandescente tanto più, quanto ci si avvicina alla parte inferiore delle nuvole quella direttamente parallela con la superficie terrestre, sembrava il nucleo distrutto di un pianeta ormai troppo vecchio per fare una fine fragorosa; un mare di lava riflesso sul fondo di una miriade di isolette di roccia, grigia e filamentosa, non riuscimmo mai a capire da dove provenisse quel forte colore viola, anzi io avevo una teoria ma a lei non interessava affatto quella teoria, perchè anche lei sapeva l'origine di quella carezza, ma ogni giorno era differente, e ad ogni differenza ne associava un significato; continuava a sostenere che fosse Gaia a mandarle.

Negli ultimi cinque minuti non fece altro che continuare a collezionare ogni sguardo, ogni bacio tentato, ogni sua carezza portata a bersaglio; cercava di sottrarle tutta la spavalderia da puttana che aveva assunto, con i suoi discorsi e con i baci negati, ormai venti minuti fà. La vera donna mangia soldi di un cuore trentenne e deambulante; in vacanza nel paese dei balocchi. Passeggiare tra le strade del quartiere a luci rosse lo faceva sentire meno solo, sfogliava dozzine e dozzine di occhi a tutte le ore, ci guardava dentro solo per ammirarne, la modesta e la vera tristezza che si celava ancor prima degli occhi, dietro una lastra di vetro trasparente. Il ticchettiio concitato dell'anello sulla vetrina, occhi in down e sorrisi sbilenchi per clienti stanchi. Quando lei tentò la prima volta di baciarlo, rinvenne dal ricordo del loro primo sguardo trenta minuti fà ormai. Prima un sorriso da puttana, poi un ovale incastonato di splendidi smeraldi stupito e rimasto rapidamente deluso dal suo passare. Ritornò di fronte la vetrina dopo soli cinque minuti e tra i vari ammiccamenti affaristici, l'ovale si colorò dello stesso colore dei capelli nello stesso momento in cui si sorprese a fissare gli occhi di quell'uomo, era un sorriso diverso e solo grazie a quello , potè rendersi conto di non essere mai stato sorriso in quel modo.  Lui le guardava, le guardava tutte quante, ma decise di chiederle quanto voleva: -quaranta- disse, -ma per te posso fare trenta-.                                                 Decise per entrare e pagò, lei lo sciaquò, e gli fece indossare il preservativo. Ci furono tre errori principali a bloccare la solita routine di una troia. Lui tremava, e sembrava fosse per la prima volta di fronte una cosa che per anni era presente solo nella sua più profonda immaginazione, e dopo cinque  minuti tentò di baciarla, respinto e ritornato alla realtà decise, per una disperata galoppata verso il limbo eterno, ma lei contenta decise di ricompesarlo con il terzo errore: un bacio, desiderava trasmettergli l'amore che fu interrotto bruscamente dal lavoro e dal vetro o dal vetro e dal lavoro: in ordine di importanza. Tre errori e un bagno d'amore e sudore, diventarono la bara di una serata in bianco, e più si convinceva di farcela e più la pressione sanguigna del muscolo lambiva livelli disastorsi, ed erano quaranta minuti ormai e l'aba sui canali, aveva fatto appena in tempo a timbrare il cartellino e presentarsi a lavoro; giusta, precisa, illuminava di rosa, l'azzurro e di rosa l'acqua salmastre, l'ultima cosa che gli disse fu ti amo; in inglese, e in maniera stranamente seria; l'unica cosa che riusci a fare fu baciarla un ultima volta sulle labbra, scandendo ogni minima ruga, ogni minimo glabro sapore, le chiese una sigaretta per tornare a casa, lei la chiese ad una collega e tornò con due bastoncini tutti bianchi; lo salutò dicendogli che era una cosa rara  ricevere due sigarette da una come loro, davvero rara, quindi avrebbe fatto meglio a ricordarlo, ma nessuno metteva in dubbio una cosa del genere.  Nelle tasche c'era abbastanza freddo e anche abbastanza spazio per infilarci tutto ciò che c'era anche prima, le mani; malinconiche di carezze restate al proprio posto.

Non ci fu nessuna spagna per lui; ci furono dolci e feste private... solo che tornò ed era sempre lui, solo che tornò ed era diverso,non voleva saperne nulla di ammucchiare soldi voleva solo guardare la luna, sperando di rivedere i suoi fantastici capelli scuri un giorno.

continua


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mercoledì, 26 agosto 2009


difficile se non impossibile, determinare l'austero senso di abonimia che va dilagando tra le mille INESPRESSIONI, di cui si può avvalere un essere comune, non una rimane li ferma ad aspettare, rendendo, con il loro confuso affollarsi, giustizia al sempre più scarno manifesto del caos.

Di notte mentre ogni pensiero fugge, ha solo da pensare a quanto immobile deve rimanere per evitare, le preoccupazioni, che come lame debolmente incastrate nel soffitto, pendono attentando la sua già fiacca tranquillità, ingannano l'attesa del massacro fendendo dolcemente l'aria fresca proveniente dal soggiorno. Mentrei riflessi delle auto danzano furtivamente sulle argentee lame delle paranoie, un altro spicchio di saggezza decide di abbandonarlo, per andare a nascondersi tra le innumerevoli pieghe del lenzuolo plumbeo, prendendosi gioco del vecchio proprietario sparisce per sempre, senza possibilità di tornare a casa e senza possibilità di essere ricordata.

Prima di sprofondare lascia un ultimo pensiero alla fautrice del suo unico cruccio, delle sue uniche gioie, il collage dei momenti felici rende triste la visione del quadro, poichè nello stesso momento in cui lui mise in dubbio il suo amore, decise il loro addio; LE GIOIE PLASTIFICATE POSSONO SOLO SCIOGLIERSI.....


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sabato, 11 luglio 2009


FRAGOLE NELLA NOTTE

Il sapore amaro di un risentimento tutto personale, fa parte della sua persona, nel cercare di compensare una mancanza si trova a far capolino sul bordo delle speranze. Ogni sua ricerca lambisce più parti della conoscenza umana, ma non riesce in nessun modo a scalfire neanche un briciolo di verità. D'alra parte se fosse stato un tantino educato, e meno bramoso di passioni e complicità, avrebbe potuto evitare il disastro.

Quanto tempo è passato dall'ultima volta.
Ormai non lo ricorda neanche più.
Le pareti
     giallastre
           imbevute
                 di fumo 
                             .....
<<non mi aiutano per niente>>.
Il tempo che impiega per uscire da quel torpore saffico è incalcolabile,
almeno cosi gli sembra ogni volta; da che ne ha ricordo.
Lascia che i suoi occhi
si perdano ancora un pò, lascivi dei sogni svaniti,
in balia delle curve tracciate dai sogni stampati,
presa la decisione: i muscoli rilassati scattano per farlo scappare dalla gobba posizione assunta sul bordo del letto. Sette passi e ricomincia la routine, solita lavata di denti, solita rapida  osservazione della peluria facciale, camicia, cardigan, pantaloni, e piedi nudi nelle pantofole; i soliti mattutini tre, quattro colpi di tosse rauca e si accende la sigaretta, come se non avesse fatto nient'altro nella sua vita.
Questo 
    è quello
       che sperava
          ....
Quei sei o sette minuti di pausa li adoperava per osservare lo skyline della sua città. La adorava, con quelle insegne colorate e quella pioggia mai cattiva in quanto unica costante in una vita dissestata come la sua; ne passava un paio a poltrire, arrovellato dal fumo, nei pensieri scialbi delle sette e venticinque, chiedendosi se sarebbe vissuto abastanza per vedere anche il soffitto diventare giallo....

Si rispose no. e avvertendo il tepore del tabacco a settecento gradi lasciò la sigaretta nel posacenere, indossò le scarpe, prese chiavi e giacca e uscendo accantonò i suoi pensieri in ordine, sulla sedia a dondolo.

Un lavoro tranquillo il suo, da quando non viveva più da sua moglie, aveva imparato a domare le sue interiorità, ad ascoltarle e dargli corda. Abbassa, gira, frena, rilascia, vai , attento; ormai ci conviveva. Lo sferragliare aritimico rimbalzava sulle vetrine tra i muri grigiastri, e il traffico sapeva come privarlo di ogni suo impulso mentale, provava uno strano piacere, nell' essere li da solo, nel mezzo di tutto alla base di ogni piramide sociale.
Questa consolazione lo trascinava a fine giornata senza fatica alcuna.
Molto traffico urbano poco traffico celebrale si ripeteva.
Un Matrimonio troppo affrettato si ripeteva.


A turno finito non aveva che raggiungere quel buco che si ostinava a chiamare casa: una stanza, un bagno e un cucinino, un tavolo comodo per due, ma sempre troppo per uno, ad ogni rientro l'immagine di suo figlio è un pensiero costante, ricorda ancora come Mark lo stringeva forte
appena rientrava, dal lavoro, 
       che seppur umile
            non osò mai denigrare... ... .

Le riusciva sempre bene...
<<Ma quando cazzo vai a parlare con quel tipo che ti ho detto?!?!?>>
<<Ti ho anche dato il numero?!?!?>>
<<Fottuto bastardo mai una volta che stesse ad ascoltare>>. Sosteneva apertamente l' intelligenza e la spiccata voglia di fare del marito, ma per lui amarla fu sempre molto più facile, che assecondarla. Le liti si promulgavano a senso unico, e in alcuni casi si lanciava in acuiti elogi verso la sua dote per l'alta finanza, lasciata incolta; senza però tralasciare mai e in alcun modo:
<<Come me d'altronde...>>
<<è cosi difficile??>>. Padroneggiante e con aria di sufficenza aspettava indefessamente la risposta e per il semplice gusto di saggiare la propria supremazia a piccoli morsi, affondava i suoi occhi scuri da venere nera in quelli del marito, sospirando soddisfatta la risposta meccanica...
<<Si 
   ... amore 
        è difficile>>.

Quando Abbey venne ad intendersela con un noto giovanotto della buona finanza, si ricordò, trovando sull'uscio della porta: una valigia, corredata da un assegno mensile e da un indirizzo dei sobborghi, di una frase trovata su un un fumetto trent'anni fà.

"Ti amo disse lei.", e risero isieme.
Poi, un giorno, lei disse: "Ti odio", e piansero.
   ma non insieme.

Finì la carne e quegli strani vegetali verdi, lavò la padella, il piatto, il bicchiere e le posate, e decise di godere dei suoi cronici sei - sette minuti, in compagnia del single malt serale, i sapori della sigaretta senza filtro e dell'alcolico si mescolavano e lasciavano che le porte dell'assenza momentanea si schiudessero.

Rovesciando la testa gettò un occhio al soffitto, chiedendosi stranito se avrebbe vissuto abbastanza per vedere il soffitto ingiallire, le pareti le aveva ridotte lui cosi, le due tonalità di grigio si sono arricchite col tempo di un tenue colore salmastro. Il calore glielo ricordò, e lascio cadere la sigaretta, ripose i suoi pensieri e lasciò trascinarsi nelle fascie dell'onirico, contento della possibilità di un non risveglio conseguente....

Almeno

       questo

            è quello che spera....

                                                                                                                                          FINE


Postato da C45p3r alle ore 19:21 nella categoria
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domenica, 21 giugno 2009


ho sentito la tua voce... mi manchi vorrei starti vicino tu non vuoi... pensi che non possa capire...

forse hai ragione..... forse non ne hai neanche un pò

ti voglio bene


Postato da C45p3r alle ore 21:44 nella categoria
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lunedì, 04 maggio 2009


ho passato tanto tempo; si può ammettere che sia stato troppo a cercare di cambiare gli altr: soffermandomi all'osservarli , intuivo di non averci mai capito veramente un cazzo, ma all'inizio pensavo che solo osservandoli e relegando le mie osservazioni in piccoli cassetti con una parola chiave a me sconosciuta pronti a sbucare nell'argomento più disparato averi potuto marciare nella direzione giusta della crescita personale così non è....

 .....illudendomi di maturare col tempo, non accade nulla e le migliaia di cazzate continuano a susseguirsi, magari ognuna ha un senso magari non ne ha alcuno, trovo difficile ma necessario, e quasi gratificante, pensare di impormi qualcosa, quella sensazione di poterci almeno provare, se puoi pensarlo puoi farlo, mi annoio da solo con i miei discorsi, ritorno nel periodo di sconforto che tanto mi si addice che tanto bene riesce a mascherare la mia stupidità, quella distrazione perenne nel sottile panno bianco che è la lucidità, da qualche parte svolazza nel suo candore, illuminando di un vuoto opaco  inutili steli di giglio cariato da uno splendido verme a sette bocche che non aspetta nient'altro che il freddo tepore delle tenebre per incatenare in vaghi ricordi ogni parte di quella dannatissimo fiore

                                                                                                                         che non ricordo mai come si chiama


Postato da C45p3r alle ore 18:22 nella categoria
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sabato, 18 aprile 2009


seduto sul bordo del niente, sul lato oscuro della solitudine dopo aver cercato di non inciampare nella vita, quella specie di gioco molto fine in voga tra gli aristocratici, me ne sto in disparte chiamami emo chiamami come cazzo ti pare, a me fa schifo quella roba, e non intendo rovinare le mie capacità per il momento... ero partito con la voglia di scrivere qualcosa ma tanto questi quattro elettro fogli annoiano sempre le stesse persone, che ormai sanno benissimo come sto


Postato da C45p3r alle ore 23:45 nella categoria strano ma vero
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venerdì, 17 aprile 2009


soffocare e non trovare molte, tante, di tutte quelle vie che risultano precluse; la parola d'ordine imparare: ancora e ancora oltre ciò che potevi immaginare devi continuare ad imparare a convivere con questa o quella cosa, imparare a studiare, imparare a cucinare avvolte ci si chiede se quel cervellino nel barattolo riuscirà mai ad imparare qualcosa con un metodo o una mattina come la precedente si sveglia e ricorda di avere una cosa nuova in mente, un nuovo pensiero, una nuova idea, un nuovo niente, di nuovo una nuova iniziativa che infine rimane serrata nel placido ghiaccio dei pensieri ove rimarra tale, non mi meraviglierei affatto se uno di quei "mensionati prima" giorni che si svegliano ogni mattina e senza dire una parola alzano le imposte dei propri occhi e scorrono, dico non mi meraviglierei se un mattino uno di quei dannati  fogli, vergini come la retina di un neonato, semplicemente non facesse nulla, invece di andare li e scorrere, nulla, tranquillo lui nella sua sedia numerata a riposare ancora un pò che tanto chi ha fretta di vivere, tanto che passi quindici ore da una parte all'altra dell'italia, sorseggiando ad ampie boccate l'aria asfittica della grande città, e respirando il sapore tutto particolare della capitale, ritornando nel sapore frizzante di un altra mattina a scuola

i propri errori si pagano e forse la paura maggiore di ogni essere e sbagliare di nuovo, si fanno sempre gli stessi ragionamente, le frasi si ripetono sempre , e le lettere vogliamo dirlo? no meglio di no le parole  sono la base dei discorsi, sono le strade in una città, come i numeri in un equazione, come l'acqua che scorre come le gocce che crollano sfinite dalle nuvole penzoloni in equilibrio sul cielo, che di città ce ne sono a migliaia, con tutte le proprie equazioni che risolvono quelle infinite migliaia di pezzettini di bitume interconnesse delle quali si sa a malapena dove finiscano e dove inizino: strade tra loro! e bagnate dallo scorrere angosciante dell'acqua nei canali ai margini delle suddette carreggiate....Ogni scelta dunque deve essere fatta con la semplice convinzione che sia quella giusta, per ogni tentennamento segue un danno, per ogni taglio segue la secrerezione di liquido  cicatrizzante ma non si sa mai che una ferita debba ricominciare a sanguinare....

non mi andava di scrivere ho perso una serata intera a non fare un cazzo  mi sono costretto a scrivere tanto non esce mai niente di buono.....

 


Postato da C45p3r alle ore 22:24 nella categoria
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mercoledì, 25 marzo 2009


decidere se è giusto scegliere per quello che si vuole essere o scegliere per quello che si è realmente, parlo di scelte in base ad attitudini e comportamenti immaginati al fine di vivere una vita con qualche misera ambizione inutilmente vanificata dal minimo comune multiplo della società odierna il fallimento

il fallimento su tutta la linea il fallimento di tutti i giorni quello che serve per sperare che il domani sia un pò meno infame secondo dopo secondo mentre si srotola nei respiri e negli affanni, praticamente dover tirare a sorte mentre, ogni propria parte cerca di darsi inutili (e) spiegazioni ad ancora più inutili ed insignificanti domande, alla fine cosa cazzo ti frega sei solo tu che parli ad altri mille te stessi e crescere che vuol dire solo imparare a sopravvivere tutti insieme come una squadra:....... questo non c'entra ma dal cielo non cade mai una goccia sola... 

non so cosa mi freni ogni tanto, dal continuare a scrivere, ma cercherò di eliminare questa sorta di problema a breve se non abreve tra un pò nella mia vita

tanto ho tutto il tempo che voglio


Postato da C45p3r alle ore 21:48 nella categoria
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mercoledì, 11 marzo 2009


sono
sono quella parola, quel verbo che nessuno osa dire mai, di solito di una cosa del genere si "dice" e se ne discute, di me solo qualche parola viene pronunciata, non ha senso parlarne di più,diventa inutile, cadi nella monotonia del genere, quindi eviti; sono..... sono gli errori di uno scrittore, la riga o lo scarabbocchio sulle parole che non c'entrano niente, le note sbagliate di un pianista, quelle note stonate che capitano quando sei distratto,il pezzo venuto male in fabbrica, sono... sono quell'insegna luminosa che funziona a metà,  quelle urla di un bambino isterico al ristorante, sono... anzi non sono la pioggia, che è cosi bella, ma sono il suo suono quando tocca terra, di notte non puoi vedermi non esisto, sono il prodotto perfetto di una macchina rumorosa e il suono che faccio io è stridente come dei freni a disco ormai alla deriva.
Mi distinguo per il mio accento ma mi confondo facilmente tra tutte le altre melodie, non trovi pace cercandomi una vita e quando mi hai scopri che quello che sono veramente non ti soddisfa e mi lasci a prendere la polvere,scopri che sono qualcosa che è come il caso ma meno di un dio, più stupido, ma comunque meno di un qualsiasi altro tipo di dio, inoltre non ha importanza con quanta forza qualcuno mi colpisca, mi basta smettere di esistere e i colpi inflitti mi seguiranno.
Ognuno di noi prende i propri pezzi e torna a casa non ha voglia di vedere il posto che ha lasciato, ognuno dei miei me trova inutilmente speranzoso il voltarsi indietro per vedere cosa rimane sul pavimento della tua stanza, alquanto vano cercare di darsi una spiegazione, la stessa fine tocca all'atto di incolpare qualcuno, deplorevole tentativo di non arrabbattare alcuna scusa neanche per provarci, neanche per dire >>ehi è con me che ce l'hai<<, non mi scusa il fatto di essere cosi, neanche quello di provare a non essere cosi, non mi scusa niente ma almeno, una scusa potresti trovarla tu...

anche se non c'è nè davvero bisogno...



Postato da C45p3r alle ore 13:50 nella categoria
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venerdì, 27 febbraio 2009


[...] poi (Petronio) fece un cenno al suo medico e gli tese il braccio. L'esperto greco in un batter d'occhi gli strinse il braccio con una benda dorata e gli apri l'arteria del polso. Il sangue sprizzò sul cuscino e bagnò Eunice, che , sorreggendo il capo a Petronio, si chinò su di lui e disse: <<Signore, ed hai pensato che io ti potessi lasciare? Se anche gli dèi volessero darmi l'immortalità e Cesare l'impero del mondo, io ti seguirei ugualmente>>.

    Petronio le sorrise, si sollevò un poco, sfiorò con le labbra le labbra di lei e rispose: <<Vieni con me>>. Poi aggiunse: <<Tu mi amavi veramente, o mia divina...>>.

    Ella offerse al medico il suo roseo braccio e un momento dopo il sangue di lei  sgorgò mescolandosi a quello di Petronio.

    Egli fece allora cenno al maestro del coro, e di nuovo vibrarono le cetre e le voi. fu cantato un inno in onore di Armodio, in seguito echeggiò un'ode di Anacreonte; in essa il poeta si lamentava perchè, avendo trovato una volta sotto la porta intirizzito e piangente il figlioletto di Afrodite lo aveva raccolto e riscaldato, ne aveva asciugate le alucce e quegli, ingrato, gli aveva per compenso trapassato il cuore  con una freccia e da quel giorno il poeta non aveva più pace.

    Petronio ed Eunice appoggiati l'uno all'altra, belli come due numi, ascoltavano sorridendo e diventando sempre più pallidi.

    Finito il canto, Petronio fece distrubuire altri vini ed altre vivande; poi prese a parlare coi convitati più vicini delle cose futili ma piacevoli di cui abitualmente si discorreva nei banchetti. Chiamò infine il greco per farsi bendare per un momento la ferita del polso, poichè si sentiva vincere dal sonno e voleva ancora una volta abbandonarsi ad Ipnos, prima che Tanatos lo addormentasse per sempre.

    Si assopì. Quando si ridestò, il capo della fanciulla posava già inerte, come un candido fiore sul suo petto, L'appoggiò allora sul cusino per guardarlo un ultima volta. Poi si fece sbendare il polso.

    I cantori a un suo segnale intonarono un altra lirica di Anacreonte; accompagnata dalle cetre sommessamente  per non coprire le parole. Petronio si faceva sempre più pallido; quando tacquero le ultime note, si rivolse ancora ai convitati dicendo: << Amici, convenite che con noi perisce...>>. Ma non potè finire; con un ultima mossa abbracciò Eunice, poi la testa ricadde sul guanciale: era morto

    I convitati osservando quei due bianchi corpi, simili a meravigliose sculture, sentivano che con loro periva quel che di buono soltanto rimaneva al mondo d'allora: la sua poesia e la sua bellezza.

 


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